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Dai a te stesso un nome e una direzione

In Diario del Sognatore by Angelo Ricci

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.Inferno. Canto I

Lo so, l’incipit della Divina Commedia non è famoso per procurare scariche di adrenalina a coloro che lo leggono, ma è il preludio di un’incredibile cammino verso il paradiso. E questo è incoraggiante.

Inoltre, Dante ha scritto la Divina Commedia dopo essere stato esiliato dalla città di Firenze ed è per questo che dedico questo articolo a tutti quelli che si sentono un po’ in esilio, lontani dai loro sogni.

A tutti voi sognatori esiliati auguro di realizzare qualcosa di grandioso nella vostra vita, come questa immensa opera del sommo Poeta.

C’è un senso di insoddisfazione che lega molti sognatori come noi

Una sorta di selva oscura che incontriamo sul nostro cammino.
Sì, perché evidentemente a un punto del cammin di nostra vita accade qualcosa che ci porta a contemplare un domani oscuro, a perdere il senso e la direzione del cammino.
E’ qualcosa che è capitato anche a molti sognatori svegli che ho intervistato.Persone che pure incarnano la nostra idea di realizzazione: un lavoro fisso, un ottimo stipendio, una famiglia, ma che fanno fatica a dare un significato a tutto quello che hanno fatto nella vita fino a quel momento.

Che senso hanno le mie giornate? Che scopo ha il lavoro che faccio?

Persone che si voltano indietro e non hanno ricordi, ma solo tracce di pochi momenti felici che restano a galla in un oceano di monotonia.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di conoscere molte di queste persone, di chiacchierare con loro, di confrontarmi cercando di capire cosa mi stesse sfuggendo e del perché anche io fossi finito in una selva selvaggia e aspra e forte.

C’erano mattine buie a prescindere dalle stagioni.
L’intestino si raggomitolava su se stesso e credevo di non avere altra scelta se non quella di mettere il pilota automatico al mio corpo e attendere la fine della giornata lavorativa. Un count down di almeno dieci ore, se andava bene, con il tempo che non passava mai.

E poi la sensazione beffarda che più le giornate erano interminabili e più sentivo la mia vita correre veloce e sfuggirmi di mano.

Forse non era l’inferno, ma credetemi, era sicuramente un bel purgatorio.

Avevo apparentemente tutto, ma mi ero accorto che lentamente stavo assumendo le sembianze di uno zombie.
Non potevo continuare così o la trasformazione si sarebbe completata. Forse irrimediabilmente.

Stavo soffocando insieme ai miei sogni

Ho capito che avevo vissuto la mia vita secondo il paradigma

Avere – Fare – Essere
ovvero
Sarò felice quando avrò…Sarò felice se avrò…

Praticamente mi ero messo in trappola da solo perché questo meccanismo contorto non è altro che una rincorsa infinita che toglie fiato, energie e non ti permette di riconoscere le cose belle che nel frattempo accadono.
Bisognava lavorare sodo. Punto.

Non metto in discussione, ovviamente, l’importanza dell’indipendenza finanziaria, ma se il mio driver principale è Avere, è naturale che mi porrò la domanda: quanti euro al mese mi servono se voglio comprare una casa, una macchina nuova o un 60 pollici da mettere in salotto?

A questo punto è chiaro che, pur di mantenere quello status, molto probabilmente, lavorerò ancora più ore al giorno o accetterò di fare qualunque tipo di lavoro.

Secondo questo schema, infatti, solo raggiungendo determinati risultati potremo essere veramente felici. Continuiamo così a riempire la nostra vita di cose materiali le quali, una volta esaurito il loro effetto in breve termine, lasciano il posto a quel senso di insoddisfazione che conosciamo bene.

Se la felicità diventa il risultato derivante da una condizione di benessere economico e di accumulo di beni, ecco spiegato l’inganno.

Se a questo aggiungi che il lavoro che fai non ti gratifica o non ti piace affatto, spieghiamo anche il senso di oppressione che ci portiamo a spasso nelle nostre giornate.

Ecco che sarebbe più utile impostare la tua vita su un altro paradigma:

Essere – Fare -Avere

E’ importante imparare a prendersi cura dei propri bisogni emotivi prima ancora dei bisogni materiali. Se le emozioni che viviamo sono conseguenza delle nostre azioni è vero anche che le nostre azioni sono la conseguenza delle emozioni che proviamo.

Lavorare per aumentare la consapevolezza delle proprie emozioni produce di conseguenza scelte più consapevoli e ci permette di seguire una rotta più precisa anziché essere sballottati dai venti in tempesta.

E’ una delle cose più difficili da fare perché richiede l’impegno e la costanza di definire una mappa, ma è anche l’opportunità di prendere il timone e navigare la propria vita in totale autonomia.

Autonomia vuol dire darsi un nome

Dai un nome a te stesso

Dai un nome ai tuoi valori e vivili.

Comprendi i tuoi tratti distintivi e le sfumature che tra loro intercorrono, scopri la tua unicità o costruiscila.

Significa riconoscere le competenze e le qualità che, se rafforzate e presentate in modo funzionale, possono fare di te uno che fa la differenza, una persona imprenditrice di se stessa che propone cose nuove o migliora quelle esistenti rendendole straordinarie.

Siamo martellati da esperti che ci invitano e ci spiegano come fare a raggiungere i nostri obiettivi ma non è solo una questione di obiettivi. Gli obiettivi si generano quasi naturalmente una volta compresa la direzione che vuoi intraprendere.
Una volta compreso il tuo scopo.

E quando hai una spinta così forte che proviene da una motivazione interna a te stesso, è più facile raggiungere grandi traguardi.

Quale direzione vuoi imprimere alla tua esistenza?

Ricorda cosa affermava Seneca:

Non esistono venti favorevoli
per il marinaio che non sa dove andare

Dai un nome alle tue paure

Affronta le tue paure, le tue insicurezze, le incertezze che la vita ti propone.

Chiamale, sono anch’esse parte di te.
Riconoscerle e accettarle è il primo passo per superarle.
Il tuo nome sarà anche le paure che conosci.
Le paure che riesci a dominare. Le paure che diventano la tua forza.

Più eviterai ciò che ti spaventa, più rafforzerai le percezione che il tuo nemico sia imbattibile.

Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.
(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere)

Un modo per rompere gli schemi

Da quando il progetto Sognatori Svegli è on-line ho già ricevuto molte e-mail di persone che mi chiedono come possono rompere gli schemi e che hanno voglia di cambiare vita e seguire le proprie aspirazioni.

A queste persone voglio dedicare un brano tratto da “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani che è, appunto, un meraviglioso modo di iniziare a rompere gli schemi, soprattutto quelli che ingabbiano il nostro modo di pensare e che limitano la creatività.

“Se tanti giovani si sentono disperati è perché non guardano. C’è così tanto da fare! E tanti fanno anche, c’è tanto volontariato in giro per il mondo. Uno non può rinunciare agli ideali. […] Ci vuol coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole fantasia, ma le possibilità ci sono. Non è che tutte le porte sono chiuse, che il mondo è già tutto sprangato e i posti sono già presi dagli altri. Ma per nulla! […] Io trovo che la cosa più bella che un giovane possa fare è di inventarsi un lavoro che corrisponde ai suoi talenti, alle sue aspirazioni, alla sua gioia, e senza quella arrendevolezza che sembra così necessaria per sopravvivere. – Ah, ma io non posso perché… –  Tutti possono. Ma capisci quello che dico? Bisogna inventarselo! Ed è possibile, possibile, possibile.

In qualche modo io ho avuto fortuna perché ho fatto un po’ così. Il mestiere che ho fatto non era proprio quello del giornalista, me lo sono inventato. Ma ti immagini un italiano che
parla il tedesco – insomma, maccheronicamente – che diventa corrispondente di un giornale tedesco in Asia, che fa che cacchio gli pare, va dove gli pare, scrive come gli pare, che diventa fotografo perché non vuole viaggiare con i fotografi? Non esisteva mica questo lavoro.
Poi,  fare il giornalista era per me una sorta di copertura, come uno che fa il mercante per fare la spia. Perché in verità, sì, lo facevo con passione ma non era la mia ossessione. La mia ossessione era vivere, vivere a modo mio, vivere come mi piaceva, vivere con queste grandi piccole gioie”. (Tiziano Terzani)

Buon cammino sognatore.


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E’ il modo migliore per cominciare un nuovo viaggio.

Angelo Ricci

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