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Una riflessione sul potere che esercita la vittima e alcuni spunti su come abbandonare questo ruolo complesso ma disfunzionale nel lungo periodo.


Uno dei maggiori ostacoli che molti di noi incontrano nel cammino verso un cambiamento desiderato o  un obiettivo che vogliono raggiungere è quello di non prendersi le responsabilità della propria condizione, delegando il proprio stato esclusivamente a qualcosa che è fuori dalla propria area di influenza. Uno dei modi migliori per farlo è raccontarsi come vittime di un sistema, o vittime di eventi sui quali pensiamo di non avere alcun potere.

Trascrizione


A volte non ci facciamo neanche più caso, o forse non ci siamo mai accorti, di quanto il raccontare noi stessi in un certo modo, possa produrre degli effetti concreti nella nostra vita. Effetti che possono essere spesso indesiderati.

Uno dei maggiori ostacoli che molti di noi incontrano nel cammino verso un cambiamento desiderato o verso un sogno che vogliono realizzare è quello di non prendersi le responsabilità della propria condizione, delegando il proprio stato esclusivamente a qualcosa che è fuori dalla propria area di influenza. Uno dei modi migliori per farlo è raccontarsi come vittime di un sistema, o di eventi sui quali pensiamo di non avere alcun potere.

Questo tipo di racconto ci porta a interpretare un ruolo che, nonostante le apparenze, esercita un potere molto forte su noi stessi e sugli altri ma allo stesso tempo non ci permette di evolverci e di raggiungere gli stati desiderati in ambito personale e professionale.

Escludendo i casi in cui le persone sono effettivamente vittime di eventi più grandi di loro e fuori dal loro controllo è importante comprendere come uscire da questa modalità, che rappresenta un vero e proprio strumento di delega delle proprie responsabilità.

La vittima non riconosce di essere causa delle proprie condizioni, è convinta di essere in credito nei confronti del mondo o della vita, e non è disposta a muoversi dalla propria posizione per vedere le cose da altre prospettive.

Entrare nel ruolo della vittima e sperimentare a fondo questo ruolo ci permette di comprendere quanto potere sia possibile esercitare da questa posizione.

Potere nei confronti, per esempio, di figure come quelle dei “soccorritori”, sempre pronti a correre in nostro aiuto, a farci sentire compatiti, a consolarci, a confermarci anche inconsapevolmente che nella vita siamo stati sfortunati e che le cause della nostra infelicità sono sempre fuori dalla nostra zona di influenza.

È colpa degli altri. O di altro.

E fino a quando sarà così, o meglio, fino a quando ce la racconteremo così, continueremo a stare fermi nella nostra posizione, attirando da una parte i soccorritori e da un’altra parte i carnefici che con le loro azioni ci ricorderanno che siamo noi le vittime. Soccorritori e carnefici che sono spesso in cerca di vittime per poter continuare a loro volta a interpretare il loro copione, il proprio ruolo e, quindi, ad esistere.

La vittima ha il potere perché assorbe le energie del soccorritore e del carnefice e dunque sperimenta una condizione di comodo e di utilità: attira l’attenzione altrui, risparmia energie in quanto ottieni vantaggi immediati pur restando ferma, si deresponsabilizza e si libera dagli sforzi che è chiamata a compiere per costruire la sua felicità.

Tuttavia, nel lungo termine è una posizione che porta un’involuzione, che porta dipendenza dalle altre figure, dipendenza che a volte può essere anche drammatica e rappresenta l’antitesi della costruzione della felicità di cui parliamo in sognatori svegli proprio perché si basa sulla staticità e non sul movimento, sull’azione.

Fino a quando la colpa è degli altri, infatti, cosa può farci?

È vantaggioso raccontarsi di non poter incidere sulla propria vita o di essere una persona nata senza doti particolari, o in un contesto poco stimolante, o di essere addirittura nata sotto una cattiva stella… .

Ma per fare andare le cose come vuoi tu è necessario agire, muoversi da quella posizione.

Ma quali possono essere i primi passi da fare?

Innanzitutto smettere di chiedere aiuto ogni volta che abbiamo bisogno di fare qualcosa o di superare un ostacolo, seppur piccolo.

Spesso diventa sistematico chiedere aiuto a qualcuno (ecco il soccorritore) prima ancora di aver fatto il minimo sforzo per risolvere il problema che ci si pone davanti.

Chiedere aiuto non fa altro che confermarci in modo sottile il fatto di non essere in grado di affrontare quella cosa da soli, lasciando latenti le risorse che potrebbero emergere se ci mettessimo in gioco fino in fondo, accettando la sfida di provare a farcela da soli, una volta tanto.

L’azione ci aiuta a percepire un maggiore raggio d’azione, a comprendere che la nostra area di influenza è più vasta di quello che pensiamo.

Un’altro passo importante è quello di “stoppare” i soccorritori, quelli che si prestano sempre ad aiutarci, e molto spesso a fare le cose al posto nostro, quelli che si prendono carico totalmente della risoluzione dei nostri problemi e lo fanno sistematicamente, senza dare a noi stessi la possibilità di sperimentare le nostre capacità di problem solving.

La dinamica è identica. Il soccorritore spesso interviene per giustificare la sua esistenza e non sempre per sostenere l’altro. Ecco perché questa puntata è dedicata anche a tutti coloro che desiderano aiutare qualcuno a uscire da una situazione di difficoltà. Ponetevi in modo che la persona che desiderate aiutare non debba restare immobile. A volte, è utile allontanarsi, mettere una distanza, affinché questa persona possa essere stimolata a trovare le risorse per uscire dalla posizione della vittima e cominciare a cavarsela da sola. A muoversi.

Non sei nato vittima.

Questa modalità di interazione è una modalità che non è innata ma appresa nel corso degli anni, quindi è possibile cambiarla.

Se ti sei raccontato sempre come vittima, è altrettanto possibile raccontarsi in altri modi, ampliare la tua narrazione e scoprire che, in fondo, in altre occasioni, hai quasi certamente interpretato altri ruoli, raggiunto piccoli o grandi obiettivi oppure affrontato cambiamenti di cui avevi paura.

Possiamo anche cambiare i modelli ai quali ispirarci, ascoltare storie di resilienza come quelle che trovi in questo spazio, chiederci come possiamo uscire da questo copione.

Ti lascio con una frase che ho letto in un libro, tempo fa, a proposito di questo argomento.

Se tutti ce l’hanno con te, se tutto il mondo è contro di te, beh… evidentemente sei uno che conta.

 

Buon cammino!

 

Angelo

 


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(A cura di Angelo Ricci)



Ho stravolto la mia vita e mi sono messo in cammino alla ricerca di altre storie come la mia.

Condivido con te tutto ciò che ho vissuto, affrontato e appresto sperando possa ispirare le tue scelte e illuminare la tua strada.

Scopri un po’ della mia storia in questa pagina.